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24-10-2008 Afghanistan, che fare?

L’escalation di violenza in Afghanistan ed un articolo apparso su La Repubblica di Tzevetan Todorov mi hanno suggerito alcune riflessioni.
L’opzione militare, come era prevedibile, ha fallito. Ora che fare?

PeaceWaves, un network di Università Europee in collaborazione con l’università di Kabul ed ANCB realizzano una ricerca tra la popolazione afghana delle 34 province del Paese sulla percezione della presenza militare in Afghanistan, su quale pensano possano essere le soluzioni alla crisi e sui bisogni più urgenti della popolazione stessa. La ricerca coinvolgerà 5000 afgani in rappresentanza di tutte le province. Inoltre tutte le organizzazioni afferenti ad ANCB (oltre 250 organizzazioni) saranno impegnate nel rispondere alle domande della ricerca e si faranno promotori della ricerca stessa attraverso i loro volontari.

Questa ricerca vuole offrire un elemento di riflessione a chi, governi, organizzazioni governative e non governative sta lavorando in Afghanistan per trovare soluzioni a quella che sembra diventare, ogni giorno di più, una crisi regionale dagli sbocchi ancora una volta tragici. Purtroppo per molto, troppo tempo i media e l’opinione pubblica continuano ad accreditare ed accettare acriticamente le motivazioni per cui le forze militari occidentali sono in Afghanistan. Le più gettonate e ripetute convinzioni possono essere sintetizzate:

1. Siamo in Afghanistan su richiesta del governo locale (stesse motivazioni di Budapest ’56 e Praga ’68). In realtà la coalizione militare è entrata nel Paese per colpire i “responsabili” degli atti terroristici dell’11 settembre. Il primo governo Karzai, quello instaurato nel 2001 a Bonn, era più l’espressione delle forze occidentali che il volere della popolazione afghana. Tuttavia fino al 2004 la speranza della popolazione afghana di una ricostruzione in tempi brevi e il ritorno alla normalità era alta e la popolazione nutriva un atteggiamento positivo nei confronti degli occupanti. Le organizzazioni non governative lavoravano bene e senza molti rischi. Ora la maggioranza del Paese è ostile agli occupanti. Gli Afgani sentono più vicini a loro gli “insorti” di vario genere ma di provenienza locale o regionale piuttosto dei militari della coalizione che parlano altre lingue, che sono portatori di altra cultura, altre religioni, altri costumi… e che vivono in agiate fortezze lontano da tutto e da tutti. Qualche volta queste fortezze, di una sfrontata ricchezza, sono assunte a simbolo dell’incapacità dell’occidente di comprendere il dramma dell’altro. L’attentato all’Hotel Serena del gennaio scorso né è una prova lampante. Inoltre l’incapacità di condurre una guerra ai terroristi sul terreno comporta, da parte delle forze coalizzate occidentali, l’utilizzo di massicci bombardamenti con conseguenti “danni collaterali” un numero crescente di abusi ed il risultato di oltre 400 civili uccisi accertati dall’inizio di quest’anno.

2. Siamo in Afghanistan per combattere l’oscurantismo e la barbarie, per portare benessere e civiltà… ma le donne muoiono di parto, molti bambini fanno fatica ad arrivare ai 5 anni, gli analfabeti tornano ad aumentare ed i militari non possono trasformarsi in maestri, in medici, in servizi sociali… Per quanto attiene al comportamento barbarico non è certo con l’esempio delle torture e degli abusi della prigione di Bagram che potremo convincere gli afgani della bontà dei nostri valori universali. Gli occidentali ricostruiscono, ma l’impressione e che lo facciano più per loro che per l’Afghansitan. Una versione soft del colonialismo di buona memoria. Ma al colonialismo si oppose la voglia di indipendenza, l’onore , la dignità, l’orgoglio… tutte doti che gli Afgani hanno da tempo dimostrato di avere.
3. Siamo in Afghansitan per difendere i nostri valori, repubblicani, democratici, universali, i diritti umani, la giustizia, la pace, la libertà, l’uguaglianza. Ma il modo di realizzarli compromette i fini perseguiti e il fine non giustifica mai i mezzi se questi sono illegali. Così ora ci odiano e ci attaccano, non a causa dei nostri valori ma a causa dei metodi adottati per imporli. La vergognosa percentuale delle spese militari (+ dell’80%) rispetto agli investimenti sulla ricostruzione sono lì a testimoniare quello che è importante per la coalizione occidentale: il controllo militare del territorio, null’altro. Non certo la sicurezza degli afgani che è progressivamente diminuita dal 2002 ad oggi. Anzi oggi si è tornato a morire, in proporzioni addirittura maggiori che durante il periodo talebano.

4. Siamo in Afghanistan per combattere il terrorismo. Ma Al Qaida non è nata in Afghanistan e non rappresenta il movimento Talebano anche se l’intervento occidentale è riuscito nell’impresa di avvicinare le parti. Ci sono movimenti talebani e gruppi dell’Islam fondamentalista senza mire internazionale che possono e devono essere coinvolti nel processo di pacificazione e riconciliazione del Paese e dell’intera regione. L’intervento Occidentale è riuscita anche a saldare i cosiddetti signori della guerra, i signori dell’oppio con gruppi fondamentalisti, favorendo il reclutamento dei giovani terroristi, reclutamento che ha ripreso vigore dopo un periodo di stanca che ha fatto seguito alla “liberazione” del 2001, anche perché le simpatie della popolazione si stanno riorientando verso i gruppi locali fondamentalisti.

5. Siamo in Afghanistan per difendere la nostra sicurezza: vera ragione del nostro impegno! Ma quello scelto è rappresenta davvero il modo di procedere appropriato? Il moltiplicarsi delle azioni terroristiche perpetuate in Europa ed in Occidente e realizzate da terroristi abitanti in Europa e molto spesso nati, cresciuti e formati in Europa dimostra che la modalità di intervento è risultata non solo sbagliata ma sciaguratamente foriera di ulteriore terrore. Abu Graib, Bagram i ripetuti bombardamenti sui civili, gli abusi hanno di fatto contribuito ad aumentare il risentimento, il reclutamento e quindi le azioni terroristiche.

6. L’Europa, a differenza degli USA, ha meno mire imperialiste ed egemoniche ma purtroppo non riesce a far risaltare il differente approccio e non riesce a mettere in atto politiche altre rispetto alla ricostruzione e si dimostra sul campo, ancora una volta, succube del pentagono. Questa sua subalternità le ha fatto perdere quasi tutto il vantaggio e il consenso che aveva tra la popolazione afgana.

CHE FARE?

1. La soluzione della crisi non può essere che Regionale;
2. Facilitare una guida politica più condivisa e solida del Paese che rispecchi tutte le forze presenti sul terreno. Questo processo va incoraggiato, sostenuto, agevolato e difeso;
3. Avviare un processo di riconciliazione nazionale – regionale;
4. Procedere al risarcimento delle vittime civili;
5. La necessaria presenza militare deve essere progressivamente sostituita da forze composte da non occidentali, da Paesi percepiti come più vicini;
6. L’Europa dovrebbe ritirarsi nel più breve tempo possibile invitando gli USA a fare altrettanto
7. L’Europa dovrebbe rafforzare le partnership politiche, economiche, sociali e culturali e dovrebbe investire nei processi di educazione-formazione incrementando la cooperazione strettamente legata alla cooperazione locale e regionale reciprocamente vantaggiosa. Ogni progetto dovrebbe essere a doppio controllo: Afgano ed Europeo, organizzazioni afgane ed europee che lavorano insieme con rapporto paritetico. Noi tutti sappiamo che la cooperazione, la condivisione di idee e valori sono forze capaci di trasformare la realtà.

Ritirarsi non tanto perché la guerra ha provocato molti morti fra i militari della coalizione bensì perché ha provocato molte più vittime fra i civili afgani e non ha portato, se non pochi e passeggeri, benefici concreti fra gli afgani; perché oggi c’è il rifiuto della maggioranza della popolazione afgana, perché aumenta l’antioccidentalismo e rafforza il terrorismo.

Per questi motivi noi continueremo a lavorare in Afghanistan e siamo perplessi nei confronti di tutte quelle azioni che avvengono lontano da quella Regione. Crediamo che non ci sia più tempo e spazio per convegni, conferenze che producono molto turismo umanitario e pochi risultati con impatto sulla vita reale degli afgani e sul cambiamento di rotta delle politiche in quella Regione. Azioni di soft diplomacy e di moral suasion sono sempre importanti a patto che si traducano in tempi brevissimi in azioni concrete sul terreno.
In collaborazione con l’Università di Kabul e ANCB ed alcune Università Europee PeaceWaves sta predisponendo, come detto all’inizio, una ricerca sulla percezione che hanno gli Afgani rispetto agli occupanti e sulle priorità ed urgenze da realizzare a favore della popolazione.

Siamo disponibili ad ogni confronto e aperti a tutti i contributi.

Marco Braghero
Presidente
PeaceWaves International Network

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