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20-08-2009 Elezioni a Kabul, tra terrore e speranza

Di giorni più lunghi Kabul ne ha vissuti molti. Ma questo potrebbe essere davvero il più lungo per la sua storia democratica. L’election day inizia in un silenzio irreale, squarciato da qualche sirena, qualche esplosione. Nelle strade deserte l’odore acre del fumo si mischia alla secolare polvere della capitale afghana.

Nonostante la paura, il terrore, la popolazione si reca a votare. Lunghe file davanti ai seggi non se ne vedono ma è un flusso costante e continuo. D’altra parte non stare fermi a lungo in un posto pericoloso, come lo è un seggio elettorale, è diventato un must per la sicurezza individuale.

Questa è la terza volta, la prima organizzata dagli afghani, che la popolazione afghana è chiamata alle urne dal 2001, dopo le presidenziali del 2004 e le legislative del 2005. Non è poco per una democrazia nascente. Purtroppo il clima, dalle precedenti elezioni, è mutato in peggio. La popolazione crede ancora nel processo democratico, ci vuole credere ma ha sempre più difficoltà a farlo.
Ancora una volta il vento afoso della guerra, un vento che spinge gli Afghani verso un inferno che speravano poter aver scongiurato, soffia sull’Afghanistan. Non si può dire che sia una guerra strana, né la continuazione pura e semplice della precedente. Si può dire che è una guerra disperata, fatta da disperati per la propria sopravvivenza. Disperata come le condizioni del paese a 8 anni da chi, sciaguratamente, aveva dichiarato la guerra vinta. Un paese che è al 172simo posto su 178 nell’indice di sviluppo umano del Development Programme dell’ONU, che ha un tasso di mortalità infantile più alto del mondo con 165 neonati su 1000 che muoiono alla nascita, mentre 250, ossia un quarto, muoiono prima di raggiungere i 5 anni di età. L’aspettativa di vita per le donne è di soli 44 anni, un anno meno degli uomini. L’Afghanistan quindi ha la più giovane popolazione del mondo, con il 57% degli abitanti minori di 18 anni. Almeno 3 generazioni di adulti non hanno ricevuto alcuna istruzione e non hanno conosciuto altro che guerra.

Dal 1997 ad oggi un susseguirsi di fallimenti strategico-culturali, prima ancora che militari, rende questa guerra assolutamente ‘normale’ e prevedibile, nonostante tutti i tentativi e il duro lavoro dei delegati delle Nazioni Unite. Primo per tutti l’UN Strategy Group for Afghanistan realizzato da Lakhdar Brahimi su mandato di Kofi Annan (composto da Barnet Rubin, Ashraf Ghani - ora candidato alla presidenza, Iqbal Reza, Fatemeh Zia, Ahmed Rashid), che lavorarono per una soluzione della crisi afghana e per primi indicarono la soluzione regionale della crisi stessa e la necessità di un Nation Building.
Dal 2001, infatti, paghiamo l’assoluta mancanza di una strategia di nation building non solo per l’Afghanistan bensì per l’intera regione. L’amministrazione Bush non ha mai voluto affrontare il problema e quando lo ha fatto è stato solo in chiave tattica e mai strategica.

L’incapacità di cogliere l’opportunità di affrontare l’ultima crisi afghana come chiave per provare a risolvere il problema regionale è alla base della situazione attuale. L’incapacità di giocare la nuova edizione del ‘Grande Gioco’ con regole nuove, cercando il coinvolgimento delle forze positive del Pakistan, dell’Iran, di tutti i paesi interessati nella regione e in particolare dei due nuovi ‘grandi giocatori’, la Cina e l’India. L’incapacità di cambiare il paradigma storico della guerra di occupazione con il paradigma dello sviluppo democratico della regione.
É dal 2001 che i Talebani sono tornati, in realtà non se ne sono mai andati, grazie al patto scellerato tra la CIA e l’ISI (servizi segreti pakistani) i quali hanno tenuto sempre aperte le porte delle province del Waziristan e Beluchistan dove i Talebani, supportati da al Qaeda e dall’ISI stessa, hanno potuto riorganizzarsi. Anche l’Unione Europea si è dimostrata debole una volta di più, incapace di smarcarsi dalle visioni dell’amministrazione Bush. Tutto ciò appartiene alla storia, al passato recente, nulla e nessuno potranno tornare indietro per capitalizzare 8 anni di ricostruzione mancata, di assenza di un piano nazionale.
Oggi, nell’epoca Obama, siamo tutti consapevoli che:
- la crisi è una crisi che troverà soluzione solo in ambito regionale ed avrà ricadute globali; agli Afghani, al pari dei Pakistani, dovranno essere dati gli strumenti per risolvere la crisi;
- il processo democratico non solo è possibile ma anche desiderato da gran parte della popolazione;
- l’intervento militare è tuttora ineludibile anche perché richiesto, con sfumature e differenze, dagli Afghani stessi;
- le vittime civili (4000 morti da ottobre a dicembre 2001 e 20,000 vittime civili dal 2002 ad oggi tra azioni di guerra dirette e indirette) dovranno essere risarcite;
- ma soprattutto è indispensabile un piano di costruzione nazionale ispirato dall’Unione Europea e dai paesi interessati nella regione, supportato dalla nuova amministrazione USA, per Obama ‘si parrà la sua nobilitate’, a guida e coordinamento delle Nazioni Unite. Una riedizione del ‘piano Marshall’ riveduto e corretto su base regionale con governance delle Nazioni Unite dove ogni attore sarà chiamato a prendersi cura direttamente di una o due delle 34 province afghane.

La popolazione è pronta, se lo aspetta, i giovani lo vogliono! Un piano, quindi, che oltre alle città ridisegni i villaggi rurali, con scuole, ospedali, università di comprensorio, aziende agricole, cooperative e con un diffuso investimento di micro credito. Un piano che offra opportunità alle donne e ai giovani del Paese. Le risorse c’erano, ci sono e ci saranno, basti pensare che nel solo 2002, ad esempio, l’amministrazione Bush privilegiando una tattica minimalista per la soluzione del conflitto, investì un miliardo di dollari a favore dei signori della guerra. Per non parlare dei flussi di denaro che dalla CIA sono stati trasferiti all'ISI e, in modo indiretto, anche ai narcotrafficanti.

Realizzare una nuova edizione del ‘Grande Gioco’ fatta per costruire e sviluppare non per occupare e distruggere. Credo nell’investimento culturale, nelle scuole, nelle opportunità lavorative per le donne ed i giovani così come Christiane Amampour, famosa inviata CNN, li invoca nel suo recente documentario ‘Generation Islam’. Non lasciare da sole le nuove generazioni potrebbe rappresentare un’assicurazione per una futura pace duratura. Deve cambiare il nostro modo di interfacciarsi con l’Islam ed in particolare con il problema afghano, che è più un conflitto di stereotipi culturali, di falsi informazioni e pregiudizi che non un conflitto di civiltà. Alla base della diffusione del cancro del terrorismo, che resta un fenomeno umano, c’è una grande dose di ignoranza e superficialità. Come sappiamo il cancro si può estirpare solo con la piena collaborazione di chi ne è afflitto. Chiedere agli afghani chi sono, che cosa vogliono veramente, di che cosa hanno bisogno, è già una buona premessa; offrire loro la governance della nation building, senza mai lasciarli soli, costruire con pazienza sapendo che il ‘viaggio al termine della notte’ è lungo ma avendo anche la certezza che la notte passerà. È compito, responsabilità di tutti noi fare in modo che uscire da questo viaggio non diventi un incubo e che il paese sia costruito e conquistato dai processi di pace e di democrazia.

Ad oggi non sappiamo se sarà Karzai, Abdullah Abdullah o Ashraf Ghani a guidare il paese nei prossimi anni. Sappiamo che solo un centinaio di seggi sui seimila previsti non hanno potuto essere aperti, che 26 sono state le vittime delle violenze dei Talebani in 135 attacchi e sappiamo che l'affluenza alle urne è stata contro tutto e contro tutti assolutamente dignitosa.

Sappiamo inoltre, che le afghane e gli afghani si sono comportati, ancora una volta, da eroi. Eroe è chi pur avendo paura e consapevolezza di ciò che sta facendo, lo fa comunque assumendosene i rischi e le responsabilità, al contrario del folle che paura non ha e non pensa di correre rischi e non se ne assume la responsabilità. Credo che anche nella recente storia afghana, folli non siano stati solo i comportamenti dei terroristi e dei Talebani cooptati da al Qaeda, ma anche le azioni compiute dall'ISI Pakistana, dalla CIA, dagli Usa, dall'Unione Europea, dalle Nazioni Unite, e da tutti coloro che pur sapendo, pur avendo visto, pur potendo intervenire con le parole e con i fatti, hanno preferito voltare le spalle e incamminarsi 'sul sentiero irresponsabile di una follia consapevole'.

La nuova edizione del Grande Gioco, quindi, dovrà essere caratterizzata da una competizione dove tutti gli attori dovranno dare il massimo, anche oltre i loro limiti, dovranno stressare l'ambiente circostante, ma lo dovranno fare insieme. Perché questa competizione non avrà un vincitore, ma potrà sancire una vittoria o una sconfitta dell'umanità. In questa competizione ci troveremo spesso nudi ed esposti, e dovremo confrontarci con quello che siamo. Saremo obbligati a parlarci, avremo momenti in cui saremo scoraggiati, pronti ad abbandonare la partita, pronti ad accettare una vittoria parziale accontentandoci anche di una sconfitta onorevole, potremo voler arrenderci. Ma la resa ci renderà solo più deboli, più soli, più spaventati, meno felici. Questa sarà una competizione che si vincerà coi piccoli passi, con la pazienza, non tradendo mai la speranza di molti afghani.

Sappiamo che gli afghani sono pronti per la pace e sappiamo che tutti insieme dovremo lavorare duramente; ed ora abbiamo la conferma con le azioni delle ultime ore che i terroristi, Talebani inclusi, non hanno l'appoggio del paese ed anzi stanno conducendo una guerra disperata per la loro sopravvivenza. Lasciamoli alla loro disperazione pur rimanendo sempre disponibili al dialogo.
Nel 2006 scrivevo: 'Afghanistan, la cultura una sfida per la ricostruzione'. Oggi sono più che mai convinto che quella sia la via. Mi sento di dedicare agli afghani e a tutti coloro che lavorano e lavoreranno per la ricostruzione del paese, un antica poesia indiana:
'Oggi è un giorno speciale, che è il tuo. Ieri è scivolato via e ad esso non può essere aggiunto altro significato. Del domani nulla si conosce. Ma questo giorno è il tuo, usalo. Oggi puoi rendere felice qualcuno. Oggi puoi aiutare un altro. Oggi è un giorno speciale, è il tuo'.

Marco Braghero
Presidente
PeaceWaves International Network

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