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10-09-2009 Afghanistan, frammenti di vita

HERAT - Per noi che viaggiamo sempre con il biglietto di andata e ritorno in tasca, con le nostre certezze, i nostri motivi per viaggiare con la consapevolezza che ritorneremo, l’Afghanistan offre l’opportunità di andare fino in fondo a noi stessi, basta volerlo davvero. Per me entrare nello spirito dell’erranza afghana significa comprendere le vie dell’esilio, non appartenere a nessun paese, nessuna etnia, nessuna terra. Significa sentire la propria storia fondersi con la storia dell’altro, con la storia della terra. La memoria delle storie sono la mia casa. In Afghanistan ho imparato la libertà dell’errante, come dice Izzo, “…quella di muoverti non per scoprire, incontrare, imparare, ma per fonderti nell’altro, e vedere con i suoi occhi l’altro mondo, quello da cui provieni”. Per me incontrare e riconoscermi nello sguardo dell’altro, nelle sue storie, rappresenta l’essenza del vivere. Molto spesso non vogliamo affatto incontrare l’altro, ci preme solo possederlo, avere qualche cosa che è suo.

L’incontro ci apre le porte alla sorpresa di condividere quello che abbiamo in comune, il piacere di appartenere alla stessa razza umana.

Lavorare nella cooperazione significa lavorare con le storie, significa comprendere i bisogni attraverso le storie ma soprattutto significa scoprire e comprendere se stessi. È attraverso le storie che possiamo elaborare progetti, è attraverso le storie che possiamo costruire nuove storie di vita, che possiamo implementare la speranza e disegnare prospettive alternative e soprattutto che possiamo sentirci vivi e felici sapendo che anche altri, molti altri lo potranno essere.

In Afghanistan le storie crescono attorcigliate alla vita come le iscrizioni di un minareto. Per ascoltarle sono necessari tempo, pazienza, curiosità, ma soprattutto la voglia di essere l’altro. Vite che spuntano come frammenti dal nulla, che desiderano essere colte per tornare a vivere.
Hur arriva al centro ustionati di Herat, ha ustioni su tutto il corpo, il 60% purtroppo. Si sa con questa percentuale senza unità di rianimazione normalmente si muore. La dott.ssa Marie José Brunel mi dice che non se la possono permettere, costa troppo. Il centro è stato aperto con il contributo della cooperazione italiana ed ha già fatto, in soli 7 anni, miracoli sia nell’emergenza che nella prevenzione. Hur viene lasciata in ospedale dai famigliari, la versione ufficiale è che si sia data fuoco, una delle tante.

Ma Hur è diversa, non si lascia morire, non è apatica, reagisce alle cure. È feroce nel mangiare, vuole muoversi, combatte contro le ustioni che le bruciano il corpo e l’anima. La Brunel fin dal primo momento ha sospettato che non fosse un caso di “self immolation” ma fosse una vittima della famiglia. Hur riesce a farsi capire, non si è bruciata, è vittima della suocera. Proprio così della suocera, che con la complicità attiva o passiva della famiglia brucia la nuora per punirla, per non essere una buona moglie, per non sapere valorizzare il figlio. La Brunel mi spiega che è sempre più frequente il caso di donne che bruciano altre donne, di madri che per sostenere figli deboli, assenti o privi di una educazione sentimentale sono incapaci di sostenere la relazione. Uomini incapaci di essere mariti, padri, amanti ma fermi allo stadio di figli. Hur paga tutto ciò e dopo cinque giorni di lotta muore.

Il 7 settembre scorso Hamid Karzai ha firmato una legge che previene la violenza contro le donne, dando consistenza agli articoli 3, 24, 54 della Costituzione Afghana.

Afifa si è auto immolata, arriva la centro ustionati con il 40% del corpo devastato. Non ne poteva più delle vessazioni della suocera e dei famigliari. Non resisteva a quelle lunghe giornate e settimane in cui il marito era fuori e lei era ormai schiava di una suocera dispotica. Alla fine non ha più retto e si è data fuoco. È stato il marito, fortunatamente rientrato a casa prima a soccorrerla e portarla al centro. Lui, terrorizzato di poterla perdere, è rimasto giorni e giorni con la fronte e la mani appoggiate al vetro della finestra che distava pochi metri dal letto di Afifa. Fino a quando Afifa si è girata verso di lui con un sorriso che gli ha illuminato il volto devastato mentre con un filo di voce ripeteva “amore non lo faccio più”. La finestra piangeva di gioia. Afifa sta tornando a casa con il marito, ma non sappiamo se l’ancora troppo debole diritto di famiglia afghano potrà punire la suocera e i famigliari.

L’attività del centro dimostra la necessità di moltiplicare queste esperienze che servono non solo a salvare delle vite, ma realizzano una intensa attività di prevenzione e soprattutto sviluppano una concreta azione a favore dei diritti delle donne ed innovano il diritto di famiglia.

La visita al nuovo carcere femminile di Herat costruito dalla Cooperazione Italiana e considerato da tutti un istituto a cinque stelle, inaugurato tre mesi fa, mi ha fatto pensare al sogno di Beccaria e a tutta la letteratura che ne è seguita: è un vero centro di riabilitazione sociale. L’istituto è costruito in modo funzionale, con ampi spazi comuni, laboratori, aule, play ground e celle a 4 posti molte ariose. Serve la provincia di Herat e le province limitrofe di Farah, Nimroz, Badghis, Ghor e Faryab.
Le detenute attualmente sono 110 (nel carcere maschile attiguo sono 1300) per lo più scontano pene per crimini legati al furto.

Nella provincia di Herat, che è una delle più ricche se non la più ricca del Paese, ci sono oltre 100.000 persone che vivono in condizioni di povertà estrema con meno di un dollaro al giorno. Questa condizione colpisce soprattutto le donne che, spesso sole con figli piccoli e analfabete non hanno molte altre possibilità che quelle di rubare per sopravvivere. L’età delle detenute varia dai 19 ai 60 anni. Moltissime le donne con i bambini che fino all’età di 5 anni vivono con loro in carcere. Dai 6 in su vengono lasciati alla famiglia, se c’è, o agli orfanotrofi. Le condanne più pesanti sono a 16 anni per omicidio. Il Direttore del carcere, il Generale Abdul Majed Saddiqi, ci mostra con orgoglio i laboratori di sartoria, la tessitura di preziosi tappeti che vengono venduti al bazar così come le maglie ed altri indumenti cuciti dalle detenute. Quasi il 90% delle detenute all’ingresso è analfabeta ma dopo soli tre mesi più della metà è in grado di leggere scrivere a far di conto. Ci sono anche laboratori di informatica e inglese. L’assistenza è fornita da personale preparato e molto coinvolto nella riabilitazione delle donne. Ogni giovedì ricevono visite e a volta si contano fino a 3000 parenti. L’ambiente è sereno, per molte di queste donne poter mangiare in modo regolare, dormire in un letto vero, poter accudire i propri figli in modo adeguato con la relativa assistenza medica, poter studiare ed imparare un lavoro rappresenta la salvezza ed addirittura un riscatto sociale ed una preziosa risorsa al rientro in famiglia. L’istituto svolge una vera e propria opera di recupero sociale e rappresenta un successo della nostra cooperazione. Il Generale Saddiqi durante la visita ascolta con attenzione ciò che le detenute denunciano come disfunzioni e mancanze: mancano condizionatori e riscaldamento e le coperte sono insufficienti per affrontare la prossima rigidità invernale, inoltre ci sarebbe la necessità di qualche televisione negli spazi comuni. Annota le richieste e prontamente ce le gira per farle conoscere e magari provvedere. Mentre ci stiamo congedando il Direttore ci chiede di attendere un attimo perché ci sono ben due provvedimenti di scarcerazione. Le detenute entrano nell’Ufficio del Direttore visibilmente commosse, ma sembra una felicità fatta molto di nostalgia del posto che lasciano sapendo che fuori per loro, probabilmente, sarà più dura.

A soli 3 chilometri di distanza c’è uno dei due orfanotrofi governativi di Herat l’Harzat Khuja Abdullah Ansari Orfhanage inaugurato nel 2005. Ho negli occhi e nel cuore le sensazioni del carcere e sono disposto al meglio. Entro e i pensieri si bloccano. C’è qualche cosa di maledettamente sbagliato, questo non è il carcere è un orfanotrofio ed è relativamente nuovo. Il luogo si presenta degradato, un cortile di pietre e polvere con due strutture per giochi all’aperto in un angolo, una tristezza infinita.

L’amministratore Mr. Zamaray Mohmandzai mi riceve cordialmente. È un uomo sulla quarantina semplice ma curato nei modi e nel vestire. Mi porta nel suo ufficio e quindi in quello che dovrebbe essere la mensa. Gradini e pavimento in terra e pietre ricoperta da una moquette rosso-lercio e strappata in più punti, sedie, tavoli e il resto del povero arredamento completamente scassato. L’amministratore comincia a rispondere alle mie domande, dapprima guardingo poi con sempre maggiore sicurezza. Nell’orfanotrofio vivono 150 maschi e 85 femmine. Il personale tra educatori e staff management è composto da 30 persone, ma gli educatori sono solo 9 per i maschi e 5 per le femmine. L’età dei ragazzi varia dai 6 ai 18 anni. Non c’è supporto medico interno e non ci sono soldi per quello esterno, nei casi gravi l’amministratore provvede di tasca sua. Non ci sono servizi igienici sufficienti, né laboratori o altre possibili attività. I ragazzi vanno nelle scuole pubbliche ma la dispersione è altissima e i pochi educatori presenti riescono solo a coprire le esigenze di prima alfabetizzazione. Nonostante tutto la conflittualità è bassa e il clima, grazie al lavoro dell’amministratore e del suo staff è discreto. Non posso fare a meno di chiedergli come mai una struttura di soli 5 anni si ritrova in questo stato. La prima risposta è illuminante: “tutti dicono che il futuro, la priorità e la urgenza sono i bambini e i giovani, ma non è vero. All’atto pratico a nessuno frega niente. Il Governo paga 1 dollaro e 50 per bambino al giorno, che già è una miseria, ma in effetti qui ne arriva solo 1 il resto si ferma prima nelle tasche di qualcuno”. L’uomo davanti a me è sincero e lo dimostrano l’affetto dei ragazzi e dello staff. Ci prova con tutte le sue forze ma è stato lasciato solo. In un soffio mi dice che lui è solo l’amministratore ma che il Direttore dell’orfanotrofio tale Sayed Mohammad Hussain Hussaini ha abbandonato tutto e si è fatto eleggere nelle elezioni provinciali. Altre informazioni che sono riuscito a raccogliere mi confermano non solo l’incapacità e la completa mancanza di cura del Direttore ma anche che si sarebbe venduto al bazar i nuovi arredamenti dell’orfanotrofio e che le tasche a cui si riferiva l’amministratore erano le sue.

Con soli 126.000 dollari si mantiene l’intero orfanotrofio per un anno e con altri centomila dollari si può ristrutturare. Ma questi soldi non ci sono e nessuno al momento ci pensa. Zamaray mi guida nella visita nelle camere dei ragazzi 8-12 posti letto per stanza senza mobili e senza spazio, in una di queste incontro Faraidoon, un ragazzo di 17 anni che parla un perfetto inglese, imparato a scuola ed è un mago del pc. È in orfanotrofio da quando aveva 10 anni, con lui c’è anche suo fratello più piccolo. Faraidoon la famiglia ce l’avrebbe, ma non può permettersi due figli e così sono stati portati in orfanotrofio. In Afghanistan, più che in qualunque altro posto, la felicità non ti viene regalata te la devi conquistare.
Il ragazzo si incarica di fare le presentazione dei suoi compagni di stanza, mi dice che vorrebbe fare l’Ingegnere e guarda con riconoscenza Zamaray e dice:”per me lui è mio padre, gli devo tutto”. Saluto l’ingegnere e i suoi compagni, esco con Zamaray che commosso mi saluta e mi ringrazia dicendomi:” Ti ringrazio della visita, qui non viene mai nessuno e soprattutto nessuno mi chiede di cosa abbiamo bisogno, io scrivo, telefono ma non accade nulla. Fai quello che puoi per aiutarci, per far conoscere la nostra situazione. Tashakor”. Grazie a te per avermi fatto capire ancora una volta l’importanza di essere educatori.

Fotografie di Paolo Siccardi

Marco Braghero
Presidente
PeaceWaves International Network

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