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09-09-2009 Il ruolo strategico della società civile nella ricostruzione in Afghanistan

HERAT - Nulla avviene per caso, neanche in Afghanistan soprattutto in Afghanistan. Ed ecco che nella giornata di festa nazionale dedicata al leader Tagiko Ahmad Shah Masud assassinato il 9 settembre 2001, tremendo avviso alla tragedia delle twin towers che seguirà due giorni dopo, le agenzie di stampa locali, prima fra tutte l’indipendente Pajhwok, annunciano che Hamid Karzai ha raggiunto il 54% contro il 28% dello sfidante Abdullah Abdullah. La notizia, confermata anche dalla commissione indipendente per le elezioni, troverà la sua ufficializzazione solo domenica prossima, ma intanto agli Afghani ed alla intera comunità internazionale è stato dato un segnale di continuità alla guida del Paese.

Solo ieri sera, in un colloquio con il Governatore di Herat, Yusuf Nuristani, avevo avuto la netta percezione che la conferma di Karzai fosse data ormai per scontata. Per l’esperienza accumulata in questi 7 anni di Afghanistan e per i riscontri diretti avuti da diversi esponenti della società civile afghana e della popolazione, con cui sono quotidianamente in contatto, l’impressione è che la continuità politica non solo venga considerata il minore dei mali ma anzi rappresenti quello che rimane della infinita speranza e pazienza afghana nel processo di ricostruzione. Inoltre la continuità è vista come baluardo al conflitto, mai spento, dai complessi contorni regionali, etnici, tribali, legati al narco traffico ed al controllo geo-politico dell’area voluto dai Talebani e dalla mancata strategia della comunità internazionale.

Gli Afghani, contro molti pronostici, nonostante la situazione della sicurezza nel Paese si sia progressivamente compromessa, le enormi difficoltà organizzative ed i brogli, naturali in tutti i processi democratici nascenti, e non solo, (ricordiamo, per esempio, l’elezione al primo mandato di Bush quando era opposto a Gore), sono riusciti ad offrire una risposta convincente della volontà di assumere nelle loro mani il processo democratico del paese. L’immagine che i media occidentali offrono è invece molto più negativa di quello che in realtà è la situazione. Le scarse informazioni sulla vita quotidiana degli afghani e sui loro reali bisogni creano sfiducia e senso di impotenza nella comunità occidentale verso qualsiasi soluzione positiva del conflitto. Questa sfiducia e il senso di impotenza contribuiscono ad alimentare una profezia che rischia di auto avverarsi.

Oggi, come tutti i giorni, ad Herat, molto meno militarizzata di Kabul, i mercati sono affollati, gli studenti sciamano dalle scuole e dalle università, centinaia di affari si concludono, molti siti artistici sono in fase avanzata di restauro come il Musalla Complex, con gli splendidi minareti, e la vecchia cittadella Qala-i-Ikhtiyaruddin eretta nel 1305 che fu protagonista storica della regione offrendo ospitalità, tra gli altri, a Gengis khan e Tamerlano. Questa realtà va moltiplicata per le 35 province afghane anche se in molte di queste la ricostruzione procede molto lentamente o meglio non procede affatto. La questione sta proprio nella capacità che avrà il nuovo governo di realizzare quel nation building (costruzione della nazione) che fino ad ora è mancato. Per fare questo, come ho già sostenuto da queste pagine, sarà necessario realizzare un “Piano Marshall” regionale. Ciò potrà avvenire solo se ci sarà maggior cooperazione tra la comunità internazionale ed il Governo Afghano ma anche e soprattutto se la ricostruzione vedrà gli afghani primi attori della stessa, utilizzando come chiave strategica la ricca, ma fino ad ora sottovalutata, società civile Afghana. La ricostruzione, il Nation Building, il coinvolgimento della società civile dovrà avere lo stesso peso e dovrà procedere parallelamente all’indispensabile lavoro sulla sicurezza. In questa ottica sarebbe molto opportuno che finalmente si realizzasse quel coordinamento negli interventi che fino ad ora è mancato. In ogni intervento, sia di sicurezza sia di ricostruzione, gli attori afghani dovranno essere affiancati da attori internazionali di provata esperienza in modo da far crescere il know-how specifico degli Afghani e delle loro organizzazioni.

Ogni progetto, ogni azione ed ovviamente ogni finanziamento dovrà essere concordato con gli Afghani. Sembra strano ma fino ad ora non è stato così e solo il 20% dei finanziamenti complessivi dal 2002 ad oggi sono arrivati nelle tasche afghane.
La Comunità Internazionale deve costruire una nuova strategia. L’Unione Europea, per voce del ministro degli esteri svedese Carl Bildt ha dichiarato sabato 6 settembre a Kabul:”Noi staremo a lungo in Afghanistan e la nostra presenza sarà politicamente orientata… Dovremo rinforzare la nostra azione civile, economica e politica…” I ministri degli esteri europei sembrano d’accordo e decisi a promuovere una nuova strategia rivolta proprio alla costruzione del Paese e non solo ad una sicurezza fine a se tessa. La condanna unanime dell’ultima tragedia avvenuta a Kunduz con la morte di 150 civili a causa di un bombardamento NATO sembra aver convinto tutti della necessità che il tempo di una nuova strategia sia quasi scaduto. Non potremo vincere la guerra al terrorismo uccidendo, non potremo risolvere la situazione afghana continuando a ricercare una improbabile cornice di sicurezza prima di procedere alla ricostruzione. Gli Afghani sono stanchi di pagare per colpe non loro, sono stanchi di non essere coinvolti nelle decisioni che li riguardano, sono disorientati dal mancato coordinamento e dalla improvvisazioni di progetti e azioni condotte dalla comunità internazionale.

Per contro gli Afghani sono fieri di essere riusciti a resistere fino ad ora ad oltre 25 anni di conflitto, sono orgogliosi di come sono riusciti ad organizzare le ultime elezioni, credono nel loro Paese. Non è vero che nulla è successo in questi anni, sono state aperte scuole, ospedali, imprese, costruite e riparate strade. La donne sono ancora discriminate, umiliate, uccise. Ma anche qui qualche cosa è successo. La percentuale delle alfabetizzate è cresciuta dal 7% del 2001 al 15% del 2008, è poco ma è raddoppiata. Si deve lavorare moltissimo nelle aree rurali dove la percentuale crolla con il 90% di donne non alfabetizzate. Le donne in parlamento sono l’11% (contro il 7% delle nostre parlamentari), due donne si sono presentate alle lezioni presidenziali. Un altro dato non trascurabile della condizione femminile ci viene offerto proprio oggi dalla ONG francese Humaniterra per voce della dott.ssa Marie-José Brunel, che opera all’ospedale di Herat centro ustionati, centro aperto con il contributo della Cooperazione Italiana, riguarda le donne che si sono date fuoco o a cui è stato appicato fuoco: quest’anno ci sono stati 60 casi a fronte delle centinaia degli anni scorsi. Questo è avvenuto grazie al lavoro di prevenzione e sensibilizzazione condotto anche nelle province rurali.

Noi abbiamo aperto una scuola di musica nel 2005 dove anche le donne sono potute tornare a fare musica. Centinaia sono i progetti che vedono coinvolte le donne come attrici principali del loro empowerment. Organizzazioni femminili come Afghan Women Network (AWN) lavorano concretamente e incessantemente allo sviluppo delle opportunità per le donne.

Questo quadro non vuole nascondere le difficoltà che attraversa il Paese, la possibilità di una nuova destabilizzazione con il pericolo di una guerra regionale che manderebbe l’Afghanistan, forse per sempre, all’inferno. Dobbiamo sapere che in quell’inferno finiremo prima o poi anche noi e con nostra responsabilità per non aver saputo e voluto vedere e capire.

I primi cento giorni del nuovo Governo saranno decisivi per imprimere un chiaro cambiamento alla strategia di nation building. In questi cento giorni la comunità internazionale, l’Unione Europea dovrà confermare la volontà di cambiamento espressa in questi giorni. Inutile dire che Karzai è lo sceriffo di Kabul se non si lavorerà per aiutarlo a diventare il presidente di tutti gli afghani. Si dovrà sfruttare al massimo il fattore OK (l’elezione di Obama, la riconferma di Karzai) per rilanciare la ricostruzione.

In questo senso stiamo lavorando. Abbiamo infatti progettato una ricerca ed una proposta messa a punto proprio in questi giorni con le Università di Kabul e di Herat, alcune NGO’s afghane, l’Università Strathclyde di Glasgow. La ricerca denominata “Indagine sulla opinione della popolazione civile afghana riguardo al processo di ricostruzione” si svolgerà in tutte le province con questionari, interviste e focus group. Rilanciamo inoltre la proposta di organizzare a Kabul, nel mese di gennaio, una grande conferenza della Società Civile Afghana e di quelle regionali che fa seguito alla pre conferenza di pace, intesa come risoluzione creativa e non violenta dei conflitti, che abbiamo organizzato con successo a Kabul nel gennaio del 2008. Questa Conferenza dovrà precedere quella politica, richiesta espressamente dai ministri degli esteri dell’Unione Europea per la fine del gennaio 2010. I risultati della ricerca sulla opinione degli afghani rispetto al processo di ricostruzione e gli esiti della conferenza di pace della società civile dovrebbero permettere ai decisori politici di affrontare la costruzione del nation building afghano con meno approssimazione, maggior condivisione e qualche possibilità di successo di cui abbiamo estremo bisogno.

Fotografie di Paolo Siccardi

Marco Braghero
Presidente
PeaceWaves International Network

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