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17-09-2009 La morte da Kabul entra nella nostra vita: cordoglio, solidarietà, rabbia e voglia di lottare

La morte questa volta, come molte altre volte purtroppo, entra, senza bussare, nella nostra vita.

I 6 militari italiani hanno perso la vita senza poter difendersi e, forse, senza sapere perché loro, proprio loro dovevano pagare un prezzo così alto su una strada trafficata del centro di Kabul.

Il mio pensiero va alle loro famiglie, straziate e mute nel loro dolore, va ai compagni d'arme che li hanno visti morire in un lampo, ma va anche agli afghani che da trent'anni vedono morire i loro giovani in una guerra senza fine e senza regole. La mia solidarietà va alle famiglie, agli amici a tutti coloro che non vedranno più quei ragazzi, ma va anche a tutte le vedove, a tutti gli orfani afghani che per molto, troppo sono stati lasciati soli.

La mia rabbia va contro tutti coloro che avendo potuto, in questi trent'anni, cambiare le cose hanno preferito girarsi dall'altra parte o anteporre interessi grandi e piccoli alle vite degli afghani e di tutti i militari, giornalisti, operatori umanitari che nel tempo hanno dedicato e perso la loro vita alla ricerca di una pace immaginata e mai colta. La mia rabbia è per chi non ha voluto ascoltare le voci degli afghani e di chi da tempo lavora e soffre con loro, per chi non ha voluto scientemente occuparsi del Nation Bulding afghano anteponendo i propri interessi di potere, di business. La mia rabbia e per chi si ostina a chiudere il dibattito sull'Afghanistan su militari si e militari no, mentre milioni di afghani ed ora milioni di persone della regione sono sottoposti ad una vera e propria tortura continua, una vita precaria e senza futuro.

La mia voglia di lottare è per tutti coloro che credono che la pace, la soluzione creative e non violenta dei conflitti è possibile. Per tutti gli afghani che quotidianamente rischiano la loro vita pur di assicurarne una ai loro figli. Per tutti quelli che credono che cambiare si può ancora, una nuova complessa strategia di nation building, dove ogni nazione si dovrà far carico, ma questa volta sul serio, di una parte del paese e dovrà imparare a portare questo carico fino in fondo con gli afghani. Una strategia che veda gli afghani padroni della loro ricostruzione ma assisititi, coadiuvati ed in qualche caso guidati dal know how e dalla solidarietà di tutti.

Piangere è liberatorio ma non è sufficiente. Se voglimo che queste morti così vicine a noi, insieme a tutte le morti che la terra afghana ha dovuto accogliere, possano dare un frutto che non sia altra violenza, altra guerra dobbiamo esigere un cambiamento di strategia immediato.

Con la commozione di chi fino a quattro gironi fa passava da quella stessa strada, ultima tappa della vita dei nostri militari, prego ognuno di fare ciò che può e ciò che deve e soprattutto prego i decisori politici di anteporre la vita e la pace senz'altri calcoli. Tanto lo sappiamo quei calcoli sono tutti truccati ed il risultato che offrono non è mai quello sperato ed allora è meglio la vita e la pace subito.

Marco Braghero
Presidente
PeaceWaves International Network

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