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01-04-2009 Afghanistan...

Sto per atterrare a Kabul, è la ventesima volta, e come sempre provo la sensazione che in questo paese grande quattro volte la Francia e segreto, sotto l’argilla sgretolata delle valli, dove riposano per sempre le sculture dei Buddha di Bamiyan, e nei deserti circondati da montagne, che tengono il cielo sospeso sopra un lenzuolo di neve impalpabile, siano sepolte la memoria e l’identità dell’Afghanistan, che cinquemila anni fa era aperto agli scambi e alle idee molto più di quanto possiamo immaginare.
Sto per atterrare a Kabul e penso a quanto i pregiudizi e le immagini della polvere, dei burqa e delle barbe lunghe talebane abbiano, forse per sempre, compromesso la nostra capacità di vedere e di sentire che proprio lì c’è una parte considerevole delle radici dell’umanità, e dunque della nostra storia millenaria.

Atterro a Kabul e mentre il fragore ormai famigliare delle eliche del C-130 si affievolisce, provo la felicità angosciosa del ritorno in un non-paese popolato da non-persone che solo trent’anni fa era ancora il “cockpit”, ovvero, per gli inglesi, “la cabina di pilotaggio”, il centro degli interessi mondiali per le sue importanti vie commerciali, per la sua posizione strategica, per la capacità di trovare nel tempo differenti mediazioni per far convivere religioni ed etnie diverse; un paese al centro di fortissime correnti migratorie e soggetto a successive e frequenti invasioni; un paese comunque capace di periodi di pace, di sviluppo e di relativa prosperità, come dal 1933 al 1973, e tutto questo, fin dalla prima volta che ho toccato il suolo afgano, mi è sembrato mio, cioè appartenente alla mia biografia. Perché gli afghani, come gli italiani, sono “vasi di coccio” circondati da Paesi forti. Noi, nel cuore del Mediterraneo, loro nel cuore dell’Asia, le nostre coste e il nostro mare indifendibili esattamente come le loro montagne e i loro deserti. Noi, come loro, mediatori interculturali per destino più che per vocazione, eredi naturali, noi dell’80% del patrimonio culturale mondiale, loro dell’origine di tale patrimonio. Ecco perché bombardare Kabul, Baghdad, Teheran o Roma è come bombardare la memoria dell’umanità.

Non dimentichiamo che noi abbiamo avuto il piano Marshall, gli afgani, più volte “sedotti e abbandonati”, non hanno avuto alcun piano organico e sistemico di ricostruzione post-bellica e questo aumenta le nostre responsabilità nei loro confronti.
Non solo. Spiega anche l’attuale insofferenza del popolo afgano nei confronti degli occupanti e l’incapacità progettuale dei processi di ricostruzione da parte della comunità internazionale. In questo senso sarebbe di fondamentale importanza che l’Europa rilanciasse un “progetto Afghanistan” basato sui principi della cooperazione decentrata regionale coordinata con gli afgani, fondata sul concetto di corresponsabilità.

La storia afgana è quella di un ponte tra l’Oriente e l’Occidente, tra diversissime culture, tra differenti religioni; è un ponte che dagli abissi dell’odio e della crudeltà dell’uomo è arrivato e potrà portarci a raggiungere vette d’amore, solidarietà e pace. Esistono moltissimi ponti come questo, in tutti i tempi ed in tutti i luoghi, solo che, molto spesso, non riusciamo a vedere l’invisibile e ad ascoltare l’indicibile. Siamo inferno e paradiso e questi luoghi ce lo ricordano. Il pensiero, la scrittura, la musica ci permettono di gettare ponti con l’invisibile e l’indicibile.
La ricchezza e la complessità del mondo afgano è testimoniata dal cosiddetto tesoro di Fullol, dalla colonia greca di Ai Khanum, estremo avamposto orientale di Alessandro Magno, dalla “collina d’oro” di Tillia Tepe, necropoli nomade, e da Begram, crogiuolo delle culture greco-romana ed indo-cinese, a nord di Kabul. La Battriana fu punto d’incontro fra l’ellenismo e le culture iranica ed indiana, come attestano le monete dei sovrani greci e le rovine di Bactra nel nord dell’Afghanistan, non lontano dalle rive dell’antico Oxus che sfocia nel lago di Aral, luogo di raccolta di miti e leggende provenienti dal cuore dell’Asia e trasportati infinite volte sulla “rotta delle steppe”.
Una ricca ed estesa rete di scambi commerciali e culturali, di cui poco si sapeva, fra il Mediterraneo, il Vicino Oriente, l’Asia Centrale, l’Afghanistan e la Valle dell’Indo fino alla Cina: un viaggio di ineguagliabile bellezza così come le trame degli abiti di seta cuciti d’oro e incrostati di pietre preziose ed i gioielli e gli oggetti della cultura materiale forgiati con impareggiabile maestria fin nei minimi dettagli. Esempi tutti di quella curiosità umana e di quella capacità di ibridazione interculturale che re-interpreta, di generazione in generazione, il mondo.

Si potrebbe credere che il salvataggio delle opere d’arte, dei monumenti, l’attenzione alla cultura e la costruzione di scuole e di università siano oggi un problema del tutto secondario di fronte allo stato di miseria in cui versa il paese e agli orrori di oltre 22 anni di guerra, ma non è così.
Oggi la sfida della ricostruzione afgana si gioca investendo nell’educazione e nei processi di recupero della tradizione e di sviluppo culturale.
Partire dalla ricostruzione del sistema educativo per costruire l’Afghanistan è indicatore di quale futuro persegue il Paese. Il ritorno a scuola non è un fatto che riguarda solo i bambini o i giovani, è una priorità socio-culturale-economica che coinvolge tutto l’Afghanistan. Si torna a scuola per imparare la speranza, per ridare importanza al ruolo sociale degli insegnanti e a quello fondamentale delle donne, per sostenere la difficile situazione economica e strutturale in cui versano i protagonisti della ricostruzione.
La scuola e l’educazione possono giocare un ruolo importante. La musica, in particolare, perchè è un linguaggio comune tra tutti gli esseri umani e perché nel Paese c’è una ricca tradizione popolare: il rubab, il tabla e il liuto sono strumenti di un linguaggio perduto che, come scrive John Baily in Can You Stop the Birds Singing?, era la trasmissione dell’esperienza musicale all’interno delle famiglie, la musica domestica rappresentata dalle donne, tramite il canto accompagnato da tamburi. E’ un peccato che questo esperienza d’acquisizione culturale intergenerazionale con il tempo si sia indebolita fino al rischio di estinzione.

Il progetto “Afghanistan Back to the Music”, realizzato da PeaceWaves, l’organizzazione di cui sono presidente, e che si occupa dei processi educativi utilizzando come strumenti elitari l’arte e lo sport, ha tenuto conto della storia e della voglia di tornare alla musica espressa dagli afgani che abbiamo incontrato. Proprio durante la prima missione di fattibilità in Afghanistan, nel marzo-aprile 2002 (sono passati esattamente 7 anni!) ci è stata rivolta la richiesta, da parte dell’Università di Kabul e della locale Scuola di musica maschile, affinché ci impegnassimo a realizzare e sostenere una scuola di musica aperta anche alle donne. Così è nata, il 7 novembre 2005, la Victoria Music School, che ha riaperto un campo precluso alle donne per tanto, troppo tempo.

Il ricordo della giornata dell’inaugurazione mi accompagnerà per tutta la vita perché ciò che è successo allora ha spazzato via anni di censura e di negazione dei diritti. Per la prima volta, dopo moltissimo tempo, donne afgane partecipavano ad un evento pubblico insieme agli uomini; una donna occidentale, Rita Cucè, pianista e nostra direttrice artistica, ha suonato in pubblico dopo 22 anni di silenzio e una cantante afgana, Bibi Pharadeen, sollecitata dal pubblico presente, si è esibita e grazie a questo ha ripreso a lavorare alla radio e alla televisione afgana, riprendendo anche l’attività di insegnante di canto presso la scuola di musica.
L’emozione più sorprendente me l’ha però offerta Shirin, sedicenne presentata dal padre musicista. All’atto dell’iscrizione alla scuola, egli mi raccontò la loro storia. Dopo un primo periodo di parziale censura musicale da parte dei Mujaiddin (fine anni ’80 inizio anni ’90) si era passati ad una totale censura da parte dei talebani, i quali fecero irruzione nella casa del musicista, fracassando tutti gli strumenti compreso il pianoforte che fu addirittura fatto volare dalla finestra. Da lì in avanti, per 4 lunghi anni, Shirin fu costretta a esercitarsi su di una tastiera fittizia costruitale dal padre con un’asse di legno divelta dal pavimento. Messa alla prova su una tastiera della Victoria Music School da Rita Cucè, direttrice artistica, Shirin risultò avere competenze pari al quinto anno del nostro conservatorio. Oggi Shirin, a distanza di tre anni, è una più che discreta pianista. Incredibile!

Siamo convinti che al di là della sua importanza culturale, il significato della presenza della scuola di musica sia altamente simbolico per una migliore percezione del ruolo femminile all’interno della società afgana e possa facilitare il processo di re-inserimento delle donne nel tessuto connettivo sociale del Paese.
La condizione femminile in Afghanistan è tuttora drammatica, al sud più che altrove. Le donne afgane hanno sopportato il peso di una guerra senza fine, si sono assunte l’onere di mantenere in vita la famiglia, spesso orbata di padri e figli offerti alla guerra, hanno dovuto affrontare l’educazione dei figli più piccoli in completa solitudine e senza strumenti. Le donne, nei contesti rurali, hanno lavorato nei campi e nei pascoli per mantenere un barlume di economia famigliare. Esse sono state protagoniste di una prolungata e fiera resilienza.
Se oggi l’Afghanistan può ricominciare, molto è dovuto al lavoro e alla resistenza (alla resilienza) delle donne. Un altro elemento importante è dato dal contributo che molte delle afgane della diaspora (la dispersione del popolo in tanti anni di guerra) hanno dato durante tutto il periodo della guerra e nell’immediata ricostruzione, esperienza testimoniata dalle numerose associazioni e organizzazioni (34) che movimentano la società civile afgana.
L’attuale presenza femminile in Parlamento (il 27%) dimostra l’impegno delle donne afgane per il loro Paese e l’amore per la loro gente.

La Victoria Music School di Kabul si configura come un centro culturale dove l’approccio è multi inter-etnico, nello spirito dell’ideale dell’arte come strumento di pace. Il progetto di PeaceWaves ha coinvolto docenti specializzati dell’Università di Kabul e, nel solo primo anno, trenta studenti. Si insegna lo studio di strumenti e canti tradizionali afgani. Ma il progetto è più ambizioso perché prevede un centro di documentazione per la conservazione delle registrazioni e degli spartiti; un sostegno ai maestri-artigiani che costruiscono gli strumenti tradizionali afgani come il rubab, tanbur, dutar, ghaichak, zirbaghali etc. con programmi di microcredito e la realizzazione di cooperative; inserire la musica nei curricoli scolastici e formare i docenti. Inoltre si deve immaginare un percorso di management per l’industria e l’artigianato musicale, con la creazione di eventi, concerti e scambi con l’estero.
In questo momento il processo in atto, a causa della diminuita sicurezza e della difficoltà conseguente di reperire risorse, rischia la chiusura. A tal fine abbiamo deciso di spostare la Victoria Music School, rispetto alla sede originaria leggermente decentrata, all’interno del compound dell’Università di Kabul, Facoltà di Fine Arts, per permettere soprattutto alle donne, docenti e studentesse, di continuare a frequentarla.

Dopo 8 anni dalla proclamata fine della guerra, l’Afghanistan si ritrova nuovamente in un “grande gioco” dove i protagonisti sono sempre gli altri e con il rischio sempre più concreto di trasformarsi in un narco-stato dove i signori della guerra, i talebani, e i narcotrafficanti possono chiudere la partita e far ripiombare il popolo afgano nell’incubo dal quale sono appena usciti. Posso testimoniare, per il lavoro fatto in questi anni, che la società civile afgana, dai mullah ai malek, dalle università alle ong, dai media alle forze sociali può essere, se aiutata, un forte antidoto per contrastare la corruzione e le derive fondamentaliste e criminali e una leva strategica per il cambiamento culturale e sociale del Paese.
L’esperienza di PeaceWaves dimostra come da un piccolo progetto nell’ambito della ricostruzione del sistema educativo ed in particolare attraverso la musica si sia potuto arrivare a costruire un processo di pacificazione grazie alla fiducia che la società civile afgana ci ha concesso. Infatti nel gennaio del 2008 l’Associazione ha organizzato a Kabul la pre-conferenza di pace con oltre 350 rappresentanti, provenienti da tutto il Paese. Per tre giorni i delegati si sono confrontati sui bisogni reali del Paese ed hanno condiviso metodi, strumenti e obiettivi e il documento finale che è stato votato all’unanimità e presentato al Governo afgano ed agli organismi internazionali. Questo risultato si è potuto realizzare proprio perché siamo stati credibili lavorando fianco a fianco con gli afgani su azioni e richieste condivise e partecipate. In questo processo si è mosso anche un Coordinamento della società civile italiana che si è coordinata in un soggetto denominato AFGANA che ancora oggi sta lavorando sul processo di pacificazione.

Che fare, adesso?
PeaceWaves, dietro mandato della società civile afgana, con un network di Università Europee in collaborazione con l’università di Kabul ed ANCB (Afghan Nation Coordination Bureau) ha progettato una ricerca tra la popolazione afghana delle 34 province del Paese sulla percezione della presenza militare in Afghanistan, su quali possano essere le soluzioni alla crisi e sui bisogni più urgenti della popolazione stessa. La ricerca dovrebbe coinvolgere 5000 afgani in rappresentanza di tutte le province. Inoltre tutte le organizzazioni afferenti ad ANCB (oltre 250 organizzazioni) saranno impegnate nel rispondere alle domande della ricerca e si faranno promotori della ricerca stessa attraverso i loro volontari. A questo proposito PeaceWaves sta cercando altri partner finanziatori.
Questa indagine vuole offrire un elemento di riflessione a chi, governi, organizzazioni governative e non governative, sta lavorando in Afghanistan per trovare soluzioni a quella che sembra diventare, ogni giorno di più, una crisi regionale dagli sbocchi ancora una volta tragici. Purtroppo da troppo tempo i media e l’opinione pubblica continuano ad accettare acriticamente le motivazioni per cui le forze militari occidentali sono in Afghanistan:

- su richiesta del governo locale (stesse motivazioni di Budapest ’56 e Praga ’68). In realtà la coalizione militare è entrata nel Paese per colpire i “responsabili” degli atti terroristici dell’11 settembre. Ora la maggioranza del Paese è ostile. E l’incapacità di condurre una guerra ai terroristi sul terreno comporta, da parte delle forze coalizzate occidentali, l’utilizzo di massicci bombardamenti con conseguenti “danni collaterali”, un numero crescente di abusi ed il risultato di oltre 400 civili uccisi accertati dall’inizio di quest’anno.
- Per combattere l’oscurantismo e la barbarie, per portare benessere e civiltà… ma le donne muoiono di parto, molti bambini fanno fatica ad arrivare ai 5 anni, gli analfabeti tornano ad aumentare ed i militari non possono trasformarsi in maestri, in medici, in servizi sociali… Per quanto attiene al comportamento barbarico non è certo con l’esempio delle torture e degli abusi della prigione di Bagram che potremo convincere gli afgani della bontà dei nostri valori universali. Gli occidentali ricostruiscono, ma l’impressione e che lo facciano più per loro che per l’Afghanistan. Una versione soft del colonialismo di buona memoria.
- Per difendere i nostri valori repubblicani, democratici, universali, i diritti umani, la giustizia, la pace, la libertà, l’uguaglianza. Ma il modo di realizzarli compromette i fini perseguiti e il fine non giustifica mai i mezzi se questi sono illegali. Così ora ci odiano e ci attaccano, non a causa dei nostri valori ma a causa dei metodi adottati per imporli. La vergognosa percentuale delle spese militari (+ dell’80%) rispetto agli investimenti sulla ricostruzione è lì a testimoniare quello che è importante per la coalizione occidentale: il controllo militare del territorio, null’altro. Non certo la sicurezza degli afgani che è progressivamente diminuita dal 2002 ad oggi.
- Per combattere il terrorismo. Ma Al Quaeda non è nata in Afghanistan e non rappresenta il movimento talebano anche se l’intervento occidentale è riuscito nell’impresa di avvicinare le parti. Ci sono movimenti talebani e gruppi dell’Islam fondamentalista senza mire internazionali che possono e devono essere coinvolti nel processo di pacificazione e riconciliazione del Paese e dell’intera regione. L’intervento occidentale è riuscito anche a saldare i cosiddetti signori della guerra, i signori dell’oppio, con gruppi fondamentalisti, favorendo il reclutamento di giovani terroristi.
- Per difendere la nostra sicurezza: vera ragione del nostro impegno! Ma quello scelto rappresenta davvero il modo di procedere appropriato? Il moltiplicarsi delle azioni terroristiche perpetuate in Europa ed in Occidente e realizzate da terroristi abitanti in Europa e molto spesso nati, cresciuti e formati in Europa dimostra che la modalità di intervento è risultata non solo sbagliata ma sciaguratamente foriera di ulteriore terrore. Abu Graib, Bagram, i ripetuti bombardamenti sui civili, gli abusi hanno di fatto contribuito ad aumentare il risentimento e quindi le azioni terroristiche.
- L’Europa, a differenza degli USA, ha meno mire imperialiste ed egemoniche ma purtroppo non riesce a far risaltare il differente approccio e non riesce a mettere in atto politiche altre rispetto alla ricostruzione e si dimostra sul campo, ancora una volta, succube del Pentagono. Questa sua subalternità le ha fatto perdere quasi tutto il vantaggio e il consenso che aveva.

CHE FARE?
Innanzitutto la soluzione della crisi non può essere che regionale.
Secondariamente si deve facilitare una guida politica più condivisa e solida del Paese che rispecchi tutte le forze presenti sul terreno. Va inoltre incoraggiato, sostenuto, agevolato e difeso l’indispensabile processo di riconciliazione nazionale – regionale, procedendo, allo stesso tempo, al risarcimento delle vittime civili.

La necessaria presenza militare deve essere progressivamente sostituita da forze composte da non occidentali, da Paesi percepiti come più vicini. L’Europa dovrebbe predisporre un piano di ritiro progressivo ed invitare gli USA a fare altrettanto, concentrandosi su due obiettivi: la formazione e l’implementazione delle forze militari e di polizia afgane; una lotta di intelligence mirata ad Al Quaeda ed ai narcotrafficanti; una negoziazione con le forze talebane presenti nel territorio, soprattutto a sud.
Ma dovrebbe anche rafforzare le partnership politiche, economiche, sociali e culturali e investire nei processi di educazione-formazione incrementando la cooperazione strettamente legata alla cooperazione locale e regionale reciprocamente vantaggiosa. Ogni progetto dovrebbe essere a doppio controllo: afgano ed europeo, in rapporto paritetico. Noi tutti sappiamo che la cooperazione, la condivisione di idee e valori sono forze capaci di trasformare la realtà.
Il progressivo ritiro, dopo aver messo in sicurezza il territorio, è motivato non tanto perché la guerra ha provocato molti morti fra i militari della coalizione, bensì perché ha provocato molte più vittime fra i civili afgani e non ha portato benefici concreti, se non pochi e passeggeri, fra gli afgani. Oggi c’è il rifiuto della maggioranza della popolazione afgana ed un aumento di antioccidentalismo che rafforza il terrorismo.

Un ruolo importante lo giocherà la nuova strategia politica del Presidente americano Obama, che vede una presenza militare più massiccia unita ad un incremento qualitativo e quantitativo degli aiuti umanitari maggiormente coordinati, rispetto a quanto fatto finora, con il Governo e le Organizzazioni afgane.
Per questi motivi noi continueremo a lavorare in Afghanistan e siamo perplessi nei confronti di tutte quelle azioni che avvengono lontano da quella Regione. Crediamo che non ci sia più tempo e spazio per convegni e conferenze che producono molto turismo umanitario e pochi risultati sulla vita reale degli afgani. Azioni di soft diplomacy e di moral suasion sono sempre importanti a patto che si traducano in tempi brevissimi in azioni concrete sul terreno, come è avvenuto con la Victoria Music School, che prendo a paradigma finale.

La musica, come un fiume carsico, non ha mai abbandonato il paese. Ogni rinascita è coincisa con un prepotente ritorno alla musica, che rappresenta il potente collante del paese. Le tradizioni musicali tribali e le contaminazioni indiane, cinesi, iraniane a confronto e a conforto di un paese che deve ritrovare la sua naturale forza morale per la ricostruzione rappresentano la volontà di rinascita culturale di un territorio, che per vocazione e necessità non è mai stato “chiuso”. Mi piace immaginare una nuova stagione, un rinascimento afgano, in cui il Paese recuperi tutta la sua centralità: dai terroristic camps, dai santuari di Osama Bin Laden e dai centri di raccolta di oppio più importanti nel mondo ai centri per la cultura, per la formazione di operatori di pace, di artisti e di una nuova classe dirigente. L’Afghanistan potrebbe trasformarsi da buco nero della pace del XX secolo a centro permanente di mediazione e stabilità. Un luogo che torni ad essere punto d’incontro, di scambio di culture, un grande open space dove ognuno può incontrare, ascoltare e farsi ascoltare. Un paese che torni ad essere la via degli incontri e non più quella degli scontri. L’Afghanistan è come un uccello a cui si è voluto impedire di cantare. Non si può impedire a nessun uccello di cantare, così come ad un paese di amare la musica.


Prof. Marco Braghero
Presidente di PeaceWaves
Pedagogista, Formatore, Esperto di cooperazione internazionale
Ha realizzato 20 missioni in Afghanistan
Attualmente Responsabile dell’USP Imperia presso USR della Liguria
E’ autore di numerose pubblicazioni tra cui “Afghanistan la cultura come sfida per la ricostruzione” EGA - Torino

Marco Braghero
Presidente
PeaceWaves International Network

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